Partito di Alternativa Comunista

Crisi climatica: non c’è futuro con il capitalismo

Crisi climatica:

non c’è futuro con il capitalismo

 

 

 

di Giacomo Biancofiore

 

 

[Questo articolo è stato scritto prima della tragedia in Nepal, ne contiene tuttavia la spiegazione: le cosiddette catastrofi naturali sono in realtà un effetto indiretto del cambiamento climatico, a sua volta effetto del sistema capitalistico. Dopo un’estate rovente, in Italia il caldo torrido non accenna a scemare: nel sud del Paese si sfiorano i 40 gradi in tante città, al nord il caldo estremo si alterna a devastanti grandinate e nel bolognese un giardiniere di 46 anni è morto per un malore provocato dal caldo. Il macello climatico continua e, come spiega bene questo articolo, il responsabile ha un nome preciso: capitalismo]
C’è una sentenza chiara e inconfutabile che fa fatica a emergere per l’atteggiamento pretestuoso dei governi (1): siamo in una fase di accelerazione della crisi climatica senza precedenti, in cui la scienza corre per aggiornare i dati mentre il «budget di carbonio» mondiale rischia di esaurirsi prima della fine del decennio (2).
Scienziati di tutto il Pianeta avvertono che le conseguenze sul sistema climatico terrestre saranno devastanti, minacciando di alterarne i corsi biologici e atmosferici in modo irreversibile. Eppure, mentre la scienza borghese si limita a registrare i millimetri di pioggia mancanti o i gradi in eccesso, i governi discutono sul modo migliore per occultare quella verità che proviamo a raccontare da anni: la natura genera i fenomeni devastanti legati alla crisi climatica, ma è il modo di produzione capitalista che li trasforma in un massacro di massa.
Un celebre proverbio orientale dice «quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito» ed è proprio questo che avviene quando ci si focalizza su una pur grave oscillazione climatica perdendo completamente di vista il fulcro reale che la trasforma in una catastrofe di proporzioni gigantesche: il capitale che ha assoggettato i popoli alla dittatura del mercato globale condannando alla fame intere nazioni per garantirsi i profitti necessari al suo dominio.

 

Primavera-estate 2026: l’Europa brucia

La storica ondata di caldo che ha colpito l'Europa occidentale dalla fine di maggio 2026 è la dimostrazione tangibile dell'accelerazione in corso. Le temperature hanno polverizzato i record storici, proiettando il Vecchio Continente in piena estate con mesi d'anticipo: quasi +35°C a Londra e Parigi, +38°C in Spagna, +30°C nella fredda Scozia, fino a +37°C nella Francia sudoccidentale e +36°C ad Alessandria, in Piemonte.
Le medie trentennali sono state superate di dieci gradi, con anomalie termiche che in alcune aree hanno toccato l'inaudito picco di +15°C. A livello meteorologico, il fenomeno è stato innescato da una «cupola di calore» (heat dome): un promontorio anticiclonico che, dopo aver convogliato aria caldissima dalle latitudini subtropicali del Maghreb occidentale, l'ha letteralmente schiacciata verso il basso attraverso il meccanismo fisico della subsidenza, surriscaldandola ulteriormente.
Le ondate di calore estreme, che oggi sono fino a dieci volte più probabili rispetto all'era preindustriale, dimostrano che l'anomalia termica globale ha ormai agganciato la soglia critica di 1,37°C, ponendosi a ridosso del limite di 1,5°C. Come diciamo da tempo, gli ormai storici «Accordi di Parigi» del 2015 sono ufficialmente falliti e ridotti a carta straccia, svelando la totale impotenza dei governi borghesi. L'Europa stessa si conferma un vero e proprio hotspot climatico, un'area geopolitica che si surriscalda a velocità doppia rispetto alla media del pianeta.

 

Non è l’Umanità la causa!

C’è una narrazione consolidata che proviamo a demolire da anni e che l’ideologia dominante ripropone costantemente davanti a questo scenario: colpevolizzare l'uomo in quanto specie. Questo approccio interclassista serve a occultare una verità politica fondamentale: non è l'Umanità in generale la responsabile di questo macello ambientale, ma un sistema che fagocita ogni ambito della vita al solo scopo di massimizzare il profitto. Questo sistema ha un nome: Capitalismo.
Sono i dati scientifici sulla reale distribuzione delle emissioni globali di CO2 equivalente (giunte al record di 56,8 miliardi di tonnellate nel 2024) che demoliscono definitivamente la favola della «colpa collettiva»: il 50% più povero dell'umanità emette appena 1,6 tonnellate di CO2 pro capite all'anno; il 10% più ricco emette 31,2 tonnellate pro capite, circa trenta volte più della metà più povera; l'1% dei super-ricchi schizza a 110 tonnellate a testa (oltre 100 volte la quota dei più poveri); lo 0,1% dell'oligarchia è responsabile di 467 tonnellate all'anno per persona; lo 0,01% dell'élite globale consuma e distrugge al ritmo di 2.531 tonnellate ciascuno, cioè più di 2.000 volte rispetto a un proletario della metà più povera; e infine i 20 miliardari più ricchi della Terra emettono l'astronomica cifra di 8.190 tonnellate di CO2 all'anno ciascuno, un impatto 8.000 volte superiore a quello di un qualsiasi lavoratore povero.
La crisi ecologica è un sottoprodotto della concentrazione del capitale: una piccolissima minoranza parassitaria vive cannibalizzando la natura e la forza lavoro della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

 

Il legame tra capitalismo e crisi climatica

Quindi oggi, nel 2026, l’accelerazione dei fenomeni atmosferici estremi, passati dai 660 del 2019 agli oltre 1.600 all’anno attuali, dimostra che non siamo di fronte a un capriccio della natura, ma a un collasso pianificato dal capitale. I governi globali continuano a non fare nulla per fermare l'emergenza, poiché il sistema di produzione capitalistico, per sopravvivere e competere sul mercato globale, risponde a leggi strutturali ferree: massimizzazione del profitto (necessità di produrre merci al minor costo e nel minor tempo possibile) e sfruttamento dei beni comuni (saccheggio sistematico di forza lavoro, ecosistemi e risorse naturali).
Quella che sembra cecità o irresponsabilità dei singoli miliardari è, in realtà, l'unica strada che la logica del capitale può percorrere per battere la concorrenza e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto.

 

L'incompatibilità strutturale tra profitto e prevenzione

L’accumulo di calore nella troposfera non significa solo record termici, ma anche una spaventosa concentrazione di energia pronta a scaricarsi in fenomeni meteorologici estremi e violentissimi. Le proiezioni dell'Ipcc e della stessa climatologia borghese indicano che intere aree del pianeta diventeranno inabitabili.
Negli ultimi anni l’Europa ha visto episodi climatici estremi che hanno colpito il territorio con la stessa ferocia che storicamente veniva riservata solo ai Paesi del Sud del mondo. Nonostante i Paesi europei abbiano la ricchezza tecnologica e finanziaria per mettere in sicurezza i territori, la «voracità» del sistema impedisce qualsiasi prevenzione a lungo termine. La spesa pubblica viene sacrificata per finanziare la produzione bellica, le grandi opere inutili e i sussidi alle multinazionali fossili.
Le reti idriche nazionali perdono oltre il 40% dell'acqua immessa a causa di impianti fatiscenti e privatizzati; la cementificazione selvaggia è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni impermeabilizzando migliaia di ettari di suolo, e i piani di messa in sicurezza dei bacini idrografici rimangono regolarmente bloccati nei cassetti dei ministeri per non intralciare la speculazione edilizia ed estrattiva.

 

Fermare il capitalismo

Se i capitalisti sono costretti dalle leggi stesse del loro modello economico a distruggere la biosfera pur di accumulare profitto, la classe lavoratrice e il proletariato mondiale non hanno altra scelta storica: fermare il capitalismo.
L'unica reale misura di adattamento e mitigazione climatica consiste nell'abbattimento di questo sistema economico e politico. Solo attraverso la conquista del potere da parte dei lavoratori e la nascita di una società socialista sarà possibile pianificare democraticamente l'economia. Sostituendo la legge dell'anarchia del mercato e del profitto privato con la gestione collettiva dei mezzi di produzione potremo finalmente mettere al centro la stabilità ecosistemica, la rigenerazione della natura e una reale giustizia sociale.

 

Note

1): https://www.carbonbrief.org/ipcc-frustrating-and-disappointing-meeting-leaves-ar7-timeline-in-deadlock

2): https://essd.copernicus.org/articles/18/3889/2026/

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